Anche due fratelli ammazzati, nella vita di Michela Buscemi.
Il primo, Salvatore, ucciso per lo sgarbo di vendere sigarette di contrabbando “senza permesso”; il secondo, Rodolfo, per l’errore di avere cominciato a indagare sui responsabili della morte del fratello. L’acido che avrebbe dovuto sciogliere il corpo esanime di Rodolfo e del cognato Matteo, rapito e torturato insieme a lui, non bastava, e così dopo essere stati strangolati furono gettati in mare legati ad una pietra.Una sorte infelice, quella di Rodolfo e del cognato, prima solo sospettata, poi confermata. Michela Buscemi e la sua famiglia lo appresero nel 1983, quando cominciarono a trapelare le dichiarazioni rese da Vincenzo Sinagra, un mafioso, diventato un collaboratore di giustizia, che nel 1986 sarà uno degli imputati del maxi-processo di Palermo.
Ecco. E’ qui che la storia di Michela Buscemi, la storia comune di una vita intrecciata con la miseria dei mezzi, ma non del cuore, diventa una storia straordinaria.
Michela decise di costituirsi parte civile nel processo, all’inizio insieme alla madre. Ma poi per la madre vinse la paura. E Michela restò sola.
Delegittimata e isolata, Michela proseguì la sua battaglia nonostante le minacce e nonostante, ad un certo punto, le furono negati i fondi di una sottoscrizione nazionale inizialmente nata per aiutare le parti civili ad affrontare le spese processuali e in un secondo momento destinata solo ai parenti dei “servitori dello Stato”.
Andò avanti.
E arrivò l’aiuto del Centro Impastato di Palermo e dell’Associazione donne siciliane per la lotta alla mafia, che la sostennero economicamente e moralmente durante le udienze.
E nel frattempo le minacce. Ma Michela andò avanti lo stesso, e al processo d’appello si ripresentò, a fare i nomi e i cognomi.
Anche Michela, però, ad un certo punto si fermò. Ad un certo punto le minacce si fecero pressanti e pesanti. Dopo le minacce ai figli non riuscì ad andare oltre.
Volevano che si ritirasse da parte civile, e alla fine lo fece.
Ma, con la grandezza di una donna straordinaria, lo fece entrando in aula e dichiarando apertamente il motivo del suo ritiro, davanti alle gabbie degli imputati.
Fu l'unico modo per riuscire a mandare giù l'amarezza di quell'ennesima sopraffazione e ingiustizia.
La fonte che ho utilizzato per la storia di Michela Buscemi è il testo di Anna Puglisi che si trova qui.
Molto si trova anche su You Tube, per esempio questo video, tratto da una puntata di "Correva l'anno" che qualche anno fa, su RAI3, parlò del coraggio di Michela Buscemi e di altre donne straordinarie che seppero alzare la testa in un mondo di teste basse. A volte conducendo una battaglia lunga tutta una vita, come Felicia Impastato, a volte rinunciando disperaratamente alla vita, come la giovane Rita Atria.
Una storia, quella della Sicilia antimafia, ricca di vite esamplari da raccontare e da conoscere. Michela Buscemi, che ho deciso di presentare al contest sulle Donne (st)raordinarie di Cardamomo&co, è una parte fondamentale di questa storia.
E non mi è stato difficile immaginare che tante volte anche lei, da moglie e da mamma palermitana, abbia preparato e portato in tavola questo piatto freddo così tipicamente nostro, la parmigiana di melanzane alla palermitana.



